Rauti: ho tolto anche gli occhiali per sembrare meno «nero»

Il nipotino Manfredi, per far arrabbiare papà Gianni (Alemanno, ndr), qualche volta gli urla contro: «Viva la fiamma di Pino Rauti». Il nonno, Pino Rauti, lo racconta ridendo di gusto: «Stravedo per il figlio di Isabella. Che è un dritto: quando mi vuole far incavolare, grida "Viva McDonald"».
A guardarlo oggi, l’ex responsabile del Msi-Fiamma Tricolore potrebbe interpretare nonno Libero in una sitcom: capelli candidi, occhi sereni, sorriso rassicurante. Ma diventar così, racconta lui, non è stato facile: «Diciamoci la verità: in passato ho fatto l’impossibile per apparire più cupo... più nero. Ho sbagliato impostazione, devo ammetterlo. Basta vedere le foto dell’epoca. Come quegli occhialacci con la montatura scura e spessa, che ho portato per anni: mi facevano apparire un mostro. Tanto che alla fine mi sono operato e li ho tolti».
La sua, racconta Pino Rauti, potrebbe essere definita «una vita da impresentabile». Dice di portarsi dietro questa nomea da sempre: «Ma per un mio errore di metodo. Mi sono rinchiuso in un’area che è storicamente ristretta. E poi anche molti atteggiamenti, il mio aspetto... mi sono costruito una vita da pecora nera, da appestato. La verità è che si finisce per diventare quello che i peggiori avversari vogliono tu sia».
I perché, di questa «carriera» in negativo, secondo Rauti sono tanti: «Parliamoci chiaro: sono l’unico politico italiano che è stato più volte in prigione. Uno contro il quale si sono levate le accuse di tutte le stragi italiane: piazza Fontana, stazione di Bologna, e Brescia.Maio mi chiedo: possibile essere accusato di tre stragi?». Rauti porge la domanda con lo stesso tono con cui potrebbe chiedere un caffè. «Tutto questo ha contribuito a crearmi intorno un’aura inquietante. Le persone, prima di conoscermi, hanno paura di me. Mi temono. Pensano di trovarsi di fronte il mostro. Poi però mi parlano, ed esco fuori dall’alone maledetto». È stato così, racconta, per tanti del centrosinistra: «Scalfaro, Cossiga, Bindi, Bianco. D’Alema disse che "Rauti rappresenta la destra intelligente". Ma ho anche lettere di Rutelli e Veltroni... ».
Ecco perché oggi, quando lo attaccano, gli cascano le braccia: «Urlano "Rauti" come una parolaccia. E io sono stanco di presentar querele». Ma a preoccuparlo, adesso, è che questa nomea possa danneggiare la sua candidatura alle politiche con Forza Italia: «Spero che Berlusconi non si lasci intimorire. Ci ha accolto con grande rispetto. Vedere in tv D’Alema che mi addita tra gli impresentabili mi fa infuriare. Ma mi infurio di più quando Fini gli risponde: voi togliete gli ultrà di sinistra e noi i neofascisti. Questo giovanotto che una volta dirigevo avrebbe dovuto dire: Rauti non c’entra, è un altro livello. Invece gli fa comodo confinarmi, perché sono sempre stato più moderno di lui. Più all’avanguardia: non mi sento un neofascista, il fascismo non è più ripetibile. È solo un giacimento della memoria al quale penso che si possa ancora attingere».
E i veti incrociati? «Assurdi, per me come per Ferrando. Ogni partito deve avere il diritto di presentare chi vuole. Anche su di me ci sono malumori, me l’ha detto Carlo Vizzini, il senatore al quale Berlusconi ci ha affidati. Non è facile passare dalle parole ai fatti».
Angela Frenda
Corriere della Sera

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